A scuola non ero particolarmente bravo in matematica. La spiegazione più onesta è che fossi pigro; a mia parziale discolpa, alcuni professori fecero anche un ottimo lavoro per non farmela amare.
La cosa curiosa è che in informatica andavo molto bene. Nei laboratori ancora meglio. Durante i colloqui qualche insegnante faceva notare a mia madre che quella discrepanza sembrava poco logica e, in effetti, aveva ragione.
Anni dopo mi sono ritrovato a fare un lavoro in cui i numeri contano parecchio. Non sono diventato un matematico, ma ho imparato che spesso un numero serve meno per dirti la verità che per costringerti a mettere alla prova il racconto che ti eri già costruito. Forse nasce da lì una delle mie ossessioni: la competenza.
È diventato meravigliosamente facile fare cose
Questa è una delle epoche migliori in cui essere curiosi. Una quantità enorme di conoscenza è accessibile gratuitamente e, con un telefono, possiamo pubblicare un articolo, produrre un video, registrare un podcast, creare software, vendere un prodotto dall'altra parte del mondo o parlare con persone che altrimenti non avremmo mai incontrato.
L'intelligenza artificiale ha abbassato ancora di più molte barriere. Posso entrare in un settore che non conosco e farmi spiegare in pochi minuti i concetti fondamentali; posso scrivere del codice senza essere uno sviluppatore, analizzare un documento tecnico, tradurre o chiedere un primo orientamento praticamente su qualunque argomento.
Lo considero un progresso gigantesco. Non rimpiango il mondo nel quale pochi avevano accesso agli strumenti. Il problema non è che oggi tutti possano fare più cose; nasce quando fare qualcosa diventa molto più facile che sapere davvero che cosa stiamo facendo.
L'accesso non è competenza
Avere una macchina fotografica non ti rende fotografo, poter pubblicare un articolo non ti rende giornalista, avere accesso a PubMed non ti rende medico, aprire un account pubblicitario non ti rende marketer. Utilizzare un'intelligenza artificiale, allo stesso modo, non ti rende competente su tutto ciò che riesce a spiegarti.
Sono banalità, eppure passiamo buona parte del nostro tempo a dimenticarle. Gli strumenti moderni hanno raggiunto un livello tale da produrre con facilità molti dei segni esteriori della competenza: un testo ben scritto, una grafica perfetta, un linguaggio tecnico, una citazione, un grafico, un tono sicuro.
La forma è diventata facile da imitare. E quando la forma della competenza è disponibile a tutti, distinguere chi sa da chi sa sembrare diventa più difficile.
C'è poi un altro problema: le persone realmente competenti sono spesso meno categoriche di quelle che conoscono poco un argomento. Dicono dipende, non abbiamo ancora dati sufficienti, questo studio suggerisce ma non dimostra, non conosco abbastanza il tema, potrei sbagliarmi. Chi sa poco può invece permettersi certezze molto più semplici: fa male, fa bene, è naturale, è chimico, è tutta colpa di quello, basta fare questo, funziona per tutti.
Le risposte semplici sono potenti perché chiudono il problema. La competenza, molto spesso, lo riapre.
Si può costruire una falsità partendo da cose vere
Non serve necessariamente mentire. Basta partire da qualcosa di vero e trattarlo male: prendi un caso particolare e trasformalo in una regola, elimina le condizioni nelle quali quella regola non funziona, cambia leggermente il contesto e hai costruito una frase che contiene abbastanza verità da sembrare inattaccabile.
«La lunga lievitazione rende il pane più digeribile.» Può esistere una spiegazione tecnica per alcuni cambiamenti che avvengono durante una fermentazione prolungata; da qui a trasformarla in una garanzia universale sulla digestione di qualunque persona e qualunque pane, però, c'è un salto enorme.
«I prodotti industriali fanno male.» Industriale descrive un modo di produrre, non l'effetto metabolico di un alimento. Possiamo discutere formulazione, frequenza, quantità, densità energetica, qualità nutrizionale, sicurezza o impatto ambientale; la parola industriale, da sola, non risponde alla domanda.
«I carboidrati fanno ingrassare.» Il peso corporeo cambia in relazione al bilancio energetico nel tempo, dentro un sistema biologico e comportamentale molto più complesso. Trasformare un intero macronutriente nel colpevole rende il racconto più semplice, non necessariamente migliore.
«Devi usare l'intelligenza artificiale perché i tuoi concorrenti lo stanno già facendo.» Prima sarebbe utile sapere per fare cosa. La tecnologia non rende intelligente una decisione soltanto perché è nuova.
Sono esempi diversi dello stesso meccanismo: la complessità viene eliminata perché disturba la forza del messaggio.
Il mercato delle certezze
Per anni l'ho visto nel mio lavoro. Ogni epoca ha avuto lo strumento che avrebbe cambiato tutto: il sito, la SEO, Facebook, l'e-commerce, il funnel, i dati, oggi l'intelligenza artificiale. E attenzione: tutte queste cose hanno cambiato realmente qualcosa.
Il trucco non consiste nell'inventare una cosa completamente falsa. È molto più efficace prendere una trasformazione vera e venderla come soluzione universale. Funziona nella tecnologia, nella nutrizione, nella finanza, nel benessere e nella politica. Dovunque esista un problema complesso esisterà qualcuno disposto a ridurlo a una risposta semplice, soprattutto se quella risposta può essere venduta.
Difendere la competenza, però, non significa difendere una casta. Il titolo di studio non garantisce automaticamente che una persona continui a essere competente; l'esperienza può trasformarsi in abitudine e l'autorità può rendere pigri. Un ragazzo che studia ossessivamente un campo può conoscere alcune cose molto meglio di qualcuno che ha smesso di aggiornarsi vent'anni fa.
La competenza non è uno status che ottieni una volta per sempre. Va mantenuta. Richiede aggiornamento, confronto, errori, verifica e soprattutto la disponibilità a perdere una convinzione quando i fatti non la sostengono più.
Sapere dove finisce quello che sai
Più passa il tempo, più considero «non lo so» una risposta di qualità. Non sempre, ovviamente: se il chirurgo che mi deve operare risponde così a tutto, preferisco trovarne un altro. Ma esistono confini, e sapere dove finisce la propria competenza è parte della competenza stessa.
Da quando utilizzo quotidianamente sistemi di intelligenza artificiale mi trovo ancora più spesso davanti a questo problema. Posso ottenere una spiegazione plausibile su quasi qualunque argomento, ma la plausibilità è pericolosa perché una risposta ben costruita produce una sensazione di comprensione molto prima che quella comprensione esista davvero.
L'AI non ha inventato il problema. Lo ha reso più evidente.
C'è infine un aspetto che considero poco: parlare non ha lo stesso peso quando qualcuno prende decisioni sulla base di ciò che dici. Se racconto agli amici che un ristorante non mi è piaciuto, le conseguenze sono limitate. Se ho centomila persone che mi seguono e affermo che un determinato alimento provoca una malattia, cambia qualcosa. Se sono un consulente e consiglio a un'impresa di investire centomila euro, cambia qualcosa. Se sono un politico, un medico, un giornalista, un insegnante o un divulgatore, cambia ancora di più.
L'autorevolezza non dovrebbe essere soltanto il privilegio di essere ascoltati. Dovrebbe aumentare anche il peso della responsabilità: più persone possono essere condizionate da un tuo errore, più dovresti essere disposto a controllare quello che dici.
Una cosa lenta in un mondo veloce
Forse la competenza rischia di sembrare poco contemporanea proprio perché non scala velocemente. Non puoi comprarla tutta insieme, comprimerla in un weekend o ottenerla pubblicando abbastanza contenuti. Si costruisce studiando, facendo, sbagliando, misurando, correggendo, chiedendo, ricontrollando e cambiando idea quando serve.
Mentre tutto intorno accelera, questa parte rimane ostinatamente lenta. E mi piace. Forse abbiamo bisogno proprio di qualcosa che non possa essere accelerato all'infinito.
Naturalmente la competenza non salverà letteralmente il mondo. È una frase esagerata, ma ci credo abbastanza da usarla lo stesso. Abbiamo strumenti sempre più potenti e sempre più accessibili: nelle mani di persone competenti possono fare cose straordinarie; usati senza comprenderne limiti, conseguenze e contesto possono amplificare la stupidità con un'efficienza che prima non avevamo.
Il futuro non ha bisogno di meno accesso, ma dell'opposto: più persone con accesso a più conoscenza, più strumenti e più possibilità. Proprio perché tutti possiamo fare molto di più, dovremo però diventare più severi nel distinguere una capacità tecnica dalla conoscenza necessaria per usarla bene.
La competenza non deve tornare a essere un privilegio. Deve diventare una responsabilità.
È per questo che continuo a tornare alla stessa frase: la competenza salverà il mondo. Non perché chi sa debba parlare al posto degli altri, ma perché tutti abbiamo diritto a prendere decisioni sulla base del lavoro di qualcuno che, prima di parlare, abbia fatto almeno la fatica di capire.